Un turno di soccorso notturno, uno dei tanti, trasformato in un episodio che racconta molto più di un semplice vetro rotto. A Secondigliano, un’ambulanza del 118 è stata vandalizzata in via Francesco Bolvito dopo un intervento di emergenza. A denunciare l’accaduto è una madre, attraverso un messaggio che ha rapidamente attraversato i gruppi social, chat e bacheche digitali del quartiere, diventando simbolo di un malessere più profondo, fatto di percezione di insicurezza, rassegnazione collettiva e rabbia silenziosa. Ecco cosa riporta Periferiamonews.
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| Foto Periferiamonews |
L’equipaggio del 118 aveva appena terminato un intervento sanitario quando la figlia della donna, impegnata nel turno di servizio, ha fatto ritorno al mezzo di soccorso. Ad attenderla non c’era il solo peso della notte di lavoro, ma una scoperta che ha aggiunto amarezza all’impegno quotidiano: il vetro dello sportello dell’ambulanza era stato infranto per rubare uno zaino appoggiato all’interno del mezzo. Niente oggetti di valore, nessun dispositivo salvavita, nessuna apparecchiatura medica. Solo effetti personali: un portapranzo, una bottiglia d’acqua, un caricabatterie. Un furto senza senso economico, ma dal peso simbolico enorme, perché avvenuto su un mezzo dedicato al soccorso pubblico, nel momento stesso in cui quel mezzo era impegnato a salvare vite nel quartiere.
Nel racconto della madre non c’è solo lo sfogo emotivo, ma il segno di una quotidianità che appare logorata dalla ripetizione di episodi simili. “Purtroppo non è un caso isolato”, scrive. E aggiunge un dettaglio che amplia il quadro: “Anche ieri ho trovato un’altra gomma tagliata”. Frasi semplici, dirette, ma capaci di restituire un’atmosfera che tanti residenti di Secondigliano dichiarano di riconoscere: quella di un territorio dove atti di vandalismo, danneggiamenti e azioni di microcriminalità non rappresentano più l’eccezione, ma un rumore di fondo costante, quasi normalizzato, al punto da non sorprendere più, ma da consumare lentamente la percezione di sicurezza e fiducia collettiva.
Secondigliano non è nuova a episodi che vedono coinvolti mezzi di servizio, operatori sanitari, lavoratori notturni, ma anche semplici cittadini che si ritrovano a fare i conti con vetri infranti, pneumatici tagliati, danneggiamenti ai veicoli parcheggiati, furti impulsivi e gesti che sembrano spesso disancorati da un reale movente economico. Episodi che non sempre raggiungono le pagine nazionali, ma che sedimentano un clima di vulnerabilità quotidiana, fatto di piccoli accadimenti che, sommati insieme, generano sconforto e senso di isolamento.
Il messaggio lanciato dalla donna non si limita però alla denuncia. Assume la forma di un richiamo collettivo. “Siamo stanchi di subire”, scrive. Non un lamento generico, ma un invito, lucido e concreto, a reagire come comunità. La proposta è chiara: costituire un comitato di sicurezza di quartiere, promuovere iniziative condivise, richiedere maggiore vigilanza, più presenza istituzionale, più controllo in strada, più attenzione verso un territorio che non chiede trattamenti speciali, ma norme basilari di convivenza civile e protezione.
Parole che trovano un’eco immediata perché intercettano un sentimento diffuso. A Secondigliano, come in molte aree della periferia nord, il tema della sicurezza è diventato uno degli argomenti più ricorrenti tra residenti, commercianti, lavoratori e famiglie. Non c’è solo la preoccupazione per i grandi fatti criminali – che pure esistono e ciclicamente riemergono – ma soprattutto l’usura psicologica dei fatti minori, quelli che non fanno clamore, ma erodono lentamente lo spazio pubblico, rendono meno spontaneo l’abitare la strada, portano a guardarsi intorno con diffidenza, trasformano un parcheggio serale, un turno di notte o un rientro a casa in un percorso costellato di timori silenziosi.
Il fatto che l’episodio abbia colpito un’ambulanza del 118 amplifica il valore simbolico della vicenda. I mezzi di soccorso non sono vetture qualunque: rappresentano l’ultimo presidio quando tutto cede, l’ancora di sopravvivenza quando c’è un malore, un incidente, una crisi sanitaria. Danneggiarli significa ferire una funzione primaria della comunità, un servizio essenziale che non appartiene a un singolo, ma a tutti. Ed è proprio questo a generare maggiore sgomento: non la natura del furto in sé, ma il destinatario del gesto.
Via Francesco Bolvito, teatro dell’accaduto, non è una strada anonima per i residenti. È uno degli assi urbani dove convivono abitazioni, piccole attività, tessuto popolare, passaggi quotidiani. Lì, come in tante altre vie di Secondigliano, la vita scorre con i tempi di una periferia densa, frenetica, fatta di equilibri spontanei, presidi sociali non istituzionali, reti di vicinato, micro-economie di strada. Territori dove il senso di appartenenza è forte, ma dove quella stessa appartenenza fatica, talvolta, a tradursi in strumenti concreti di tutela condivisa.
Per questo, l’appello della madre non ha assunto la forma della rassegnazione, ma quella della proposta. Un comitato di sicurezza non è solo un gruppo di controllo: è la materializzazione di un bisogno di partecipazione, di un desiderio di trasformare lo sconforto in azione, di rifiutare l’idea che la gestione della sicurezza sia un compito che possa essere sempre e solo delegato ad altri. È il tentativo di creare un fronte comunitario che affianchi, stimoli e richieda risposte alle istituzioni, senza sostituirsi a esse, ma senza più limitarsi a subirne l’assenza.
L’episodio dell’ambulanza vandalizzata a Secondigliano racconta quindi due storie parallele. La prima è quella visibile, concreta: un mezzo di soccorso danneggiato, un operatore sanitario che a fine turno trova un danno ingiusto, un furto irrisorio ma mortificante. La seconda, meno tangibile ma più profonda, è quella di un quartiere che non vuole più limitarsi a raccontare episodi, ma chiede di trasformarli in un punto di partenza per invertire la narrazione: dalla denuncia alla proposta, dall’indignazione all’organizzazione.
Perché se è vero che una comunità non può controllare ogni atto di inciviltà, è altrettanto vero che può decidere se restare isolata o diventare interlocutore collettivo. Secondigliano, almeno in questo messaggio, ha scelto la seconda strada.
E mentre la notte si chiude e un’altra ambulanza torna in servizio, resta la domanda più urgente: quanti episodi simili possono ancora essere tollerati prima che diventi normale l’anormale? La risposta, forse, sta proprio in quelle righe di rabbia composta e proposta lucida: nell’idea che stanchezza e rassegnazione possono diventare carburante per una richiesta condivisa di cambiamento.

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