Si infittiscono gli interrogativi sulla morte di Costantino Russo, 39 anni, figlio del boss del clan dei Casalesi Giuseppe Russo, conosciuto negli ambienti criminali come "Peppe 'o Padrino". L'uomo è stato trovato senza vita all'interno del carcere "Pasquale Mandato" di Secondigliano, a Napoli, dove era detenuto dallo scorso mese di luglio. Secondo le prime informazioni emerse, il 39enne si sarebbe tolto la vita all'interno della cella in cui era ristretto. Una vicenda sulla quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha immediatamente disposto tutti gli accertamenti necessari per chiarire con precisione le circostanze del decesso e verificare ogni dettaglio legato a quanto accaduto. L'episodio riporta l'attenzione sul carcere di Secondigliano, uno dei principali istituti penitenziari del Mezzogiorno, dove sono detenuti anche numerosi esponenti della criminalità organizzata e collaboratori di giustizia.
Secondo una prima ricostruzione degli investigatori, Costantino Russo sarebbe stato rinvenuto nella tarda serata dagli agenti della Polizia Penitenziaria all'interno della sua cella singola. Le prime informazioni riferiscono che il detenuto sarebbe stato trovato impiccato con alcuni lacci fissati alla grata della finestra. Immediato l'allarme e l'intervento del personale sanitario del 118, che ha tentato a lungo le manovre di rianimazione, purtroppo senza riuscire a salvargli la vita. Sul posto sono intervenuti anche il magistrato di turno, il medico legale, la Polizia Scientifica e gli investigatori della Squadra Mobile di Napoli, chiamati a eseguire tutti i rilievi tecnici necessari per ricostruire con precisione quanto accaduto. La salma è stata sequestrata e messa a disposizione dell'Autorità Giudiziaria, mentre gli accertamenti proseguono per verificare ogni elemento della vicenda.
La morte del 39enne assume particolare rilevanza anche alla luce del percorso intrapreso dopo il suo arresto. Costantino Russo era stato infatti arrestato il 7 luglio scorso nel corso di una vasta operazione condotta dalla Direzione Investigativa Antimafia e dalla Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli - Direzione Distrettuale Antimafia. Secondo gli investigatori, dopo la detenzione del padre Giuseppe Russo e degli zii Massimo e Corrado, tutti ritenuti storici esponenti della fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi e fedelissimi del boss Francesco Schiavone, detto "Sandokan", proprio Costantino Russo avrebbe assunto un ruolo di vertice nell'organizzazione criminale. Gli elementi raccolti durante le indagini avevano portato gli inquirenti a contestargli un ruolo centrale nella gestione degli interessi economici della cosca.
Pochi giorni dopo l'arresto, però, il quadro investigativo aveva registrato un'importante svolta. Il trentanovenne aveva infatti deciso di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia, diventando formalmente collaboratore, una scelta che sarebbe stata condivisa anche dalla moglie e dai figli. Proprio per garantire particolari condizioni di sicurezza, Russo era stato trasferito in un reparto dedicato del carcere di Secondigliano e alloggiato in una cella singola, destinata ai detenuti sottoposti a specifiche misure di protezione. Si tratta di un elemento che rende ancora più delicati gli accertamenti disposti dalla Procura Antimafia, chiamata a verificare con attenzione ogni circostanza relativa al decesso.
L'inchiesta che aveva portato al suo arresto aveva ricostruito un articolato sistema di riciclaggio e autoriciclaggio dei proventi illeciti. Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la fazione Russo-Schiavone avrebbe reinvestito ingenti somme di denaro provenienti dalle attività criminali in numerosi esercizi commerciali operanti soprattutto nei settori della ristorazione, del turismo e delle attività ricreative. Gli investigatori avevano individuato investimenti tra Casal di Principe, Castel Volturno, Aversa e anche nella provincia di Napoli, documentando, secondo l'accusa, un vasto sistema economico finalizzato a reinvestire capitali di provenienza illecita.
Nel corso del blitz del 7 luglio furono sequestrate 14 aziende, tra cui bar, gelaterie, attività commerciali, punti scommesse e stabilimenti balneari situati tra Castel Volturno e Pineta Grande, oltre a numerosi beni mobili e disponibilità economiche. Il valore complessivo dei sequestri venne stimato in circa 2 milioni di euro. Durante le perquisizioni furono inoltre rinvenuti e sequestrati circa 100 mila euro in contanti e numerosi orologi di lusso, ritenuti dagli investigatori parte del patrimonio accumulato attraverso le attività illecite contestate al sodalizio criminale.
Nel corso della conferenza stampa successiva all'operazione, il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri aveva sottolineato come l'inchiesta avesse consentito di documentare numerosi reati tipicamente riconducibili alle organizzazioni mafiose, evidenziando un quadro investigativo ritenuto particolarmente solido. Secondo la ricostruzione accusatoria, il gruppo criminale avrebbe orientato il reinvestimento dei capitali illeciti verso attività economiche apparentemente lecite, con l'obiettivo di consolidare la propria presenza sul territorio e riciclare il denaro proveniente dalle attività del clan. Come previsto dall'ordinamento italiano, tutte le contestazioni formulate dagli inquirenti dovranno comunque essere valutate nel corso dell'iter giudiziario e la responsabilità degli indagati potrà essere definitivamente accertata solo con una sentenza irrevocabile.
La morte di Costantino Russo richiama inevitabilmente alla memoria un altro episodio avvenuto nello stesso istituto penitenziario. Nell'aprile del 2025, infatti, anche Pietro Ligato, figlio del capoclan Raffaele Ligato, venne trovato morto nel carcere di Secondigliano dopo aver intrapreso un percorso di collaborazione con la magistratura. Due vicende diverse, accomunate però dal luogo in cui si sono verificate e dalla scelta, da parte dei detenuti coinvolti, di collaborare con la giustizia. Proprio per questo motivo gli investigatori stanno svolgendo ogni approfondimento necessario per ricostruire senza lasciare alcun margine di dubbio le circostanze della morte del trentanovenne.
Gli accertamenti disposti dalla Procura Antimafia proseguiranno nelle prossime ore anche attraverso gli esami medico-legali, l'analisi dei rilievi effettuati dalla Polizia Scientifica e l'acquisizione di tutti gli elementi utili a ricostruire gli ultimi momenti di vita del detenuto. Saranno inoltre ascoltati il personale della Polizia Penitenziaria in servizio, gli operatori che avevano contatti con il detenuto e tutte le persone che potrebbero fornire elementi utili alle indagini. L'obiettivo degli investigatori è chiarire ogni aspetto della vicenda e accertare con precisione la dinamica dei fatti.
La notizia della morte di Costantino Russo ha rapidamente richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica e degli ambienti investigativi, sia per il ruolo che gli inquirenti gli attribuivano all'interno della fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi, sia perché il suo recente percorso di collaborazione con la giustizia rappresentava uno sviluppo significativo nelle indagini sulla storica organizzazione criminale. Saranno ora gli accertamenti della magistratura e gli esiti delle indagini a fare piena luce su quanto accaduto nel carcere di Secondigliano, dove resta aperta un'inchiesta destinata a chiarire ogni dettaglio della vicenda.

Posta un commento
0Commenti