Piazza Giuseppe Di Vittorio, conosciuta da generazioni di napoletani con il suo storico nome di Piazza Capodichino, rappresenta uno dei luoghi più importanti, ma anche meno conosciuti, della città di Napoli. Ogni giorno migliaia di automobilisti, pendolari, turisti e residenti la attraversano senza immaginare che proprio in questo punto si intrecciano oltre due secoli di storia, urbanistica, politica, commercio e trasformazioni sociali. Situata al confine tra i quartieri Secondigliano, San Pietro a Patierno e San Carlo all'Arena, la piazza costituisce ancora oggi la principale porta d'ingresso settentrionale del capoluogo campano, collegando Napoli con Casoria, Casavatore, l'aeroporto internazionale di Capodichino e l'intera area nord della città metropolitana.
Osservandola oggi, Piazza Di Vittorio appare come un enorme nodo viario caratterizzato da un traffico intenso praticamente a qualsiasi ora della giornata. Tuttavia, dietro questo scenario moderno si nasconde una delle pagine più affascinanti della storia napoletana. Qui sorgeva infatti la più importante barriera doganale del Regno delle Due Sicilie, qui venivano riscossi i dazi sulle merci provenienti dal nord del Regno, qui Ferdinando II di Borbone sopravvisse a uno dei più clamorosi attentati della storia italiana e qui, ancora oggi, sono visibili monumenti e testimonianze architettoniche che raccontano un passato spesso dimenticato.
La nascita della piazza è strettamente legata alla grande trasformazione urbanistica avviata nei primi decenni dell'Ottocento. Fino ai primi anni del XIX secolo quest'area era sostanzialmente una zona di campagna situata poco oltre il confine urbano della Napoli dell'epoca. Nel 1812 venne realizzata la nuova Strada di Capodichino, progettata dall'architetto Giuliano De Fazio, con l'obiettivo di collegare in maniera più moderna ed efficiente il centro cittadino con Poggioreale, via Foria e le principali direttrici verso Caserta e Roma. Quell'intervento modificò profondamente il volto della zona e pose le basi per la nascita della futura Piazza Capodichino.
L'importanza strategica di questo punto fu immediatamente evidente alla monarchia borbonica. Pochi anni dopo, nel 1824, il re Ferdinando I decretò la costruzione del cosiddetto Muro Finanziere, una gigantesca cinta doganale lunga circa undici miglia destinata a contrastare il contrabbando e a controllare l'ingresso delle merci in città. L'opera venne progettata dall'architetto Stefano Gasse e costruita tra il 1826 e il 1830, circondando Napoli da Posillipo fino al Ponte della Maddalena, passando per Vomero, Miano e naturalmente Capodichino.
Il Muro Finanziere rappresentava uno degli strumenti economici più importanti del Regno delle Due Sicilie. Ogni mercante, allevatore o contadino che desiderava introdurre merci all'interno della città era obbligato a transitare attraverso una delle principali barriere daziarie e a pagare le relative imposte. Tra tutte le porte d'accesso, quella di Capodichino era senza dubbio la più importante perché rappresentava il punto di collegamento con le province settentrionali del Regno, con la strada verso Caserta, Benevento, Roma e gran parte dell'entroterra campano.
Ancora oggi uno degli edifici più rappresentativi della piazza testimonia quel periodo storico. Si tratta dell'antica barriera daziaria, caratterizzata da un elegante prospetto con quattro colonne ioniche e da un'imponente struttura neoclassica che, pur modificata nel corso del tempo, conserva ancora gran parte dell'impianto originario progettato da Stefano Gasse. Per decenni questo edificio ha rappresentato il primo contatto tra chi arrivava a Napoli e la città stessa, assumendo un valore simbolico oltre che amministrativo.
Al centro della piazza sorgeva invece un altro edificio monumentale oggi scomparso: la Rotonda, progettata da Giuliano De Fazio. Costruita in stile neodorico e coperta da una grande cupola emisferica, la struttura ospitava gli ufficiali della polizia e della finanza incaricati di vigilare sulle operazioni doganali. L'edificio costituiva uno degli elementi architettonici più suggestivi della piazza fino al 1927, quando venne demolito per consentire la riorganizzazione del sistema tranviario cittadino e la posa delle nuove rotaie delle Tranvie Provinciali.
Per valorizzare ulteriormente quella che era considerata la più prestigiosa porta monumentale della città, dopo il 1848 Ferdinando II fece installare otto grandi obelischi in piperno disposti lungo il perimetro della piazza. Ancora oggi questi obelischi costituiscono uno degli elementi più caratteristici del luogo, anche se spesso passano inosservati agli occhi di chi attraversa quotidianamente l'area. Successivamente, dopo la demolizione della Rotonda, al centro della piazza venne collocato un nono obelisco, più alto e realizzato con materiali differenti, che ancora oggi rappresenta il punto focale dell'intero spazio urbano.
Ma il momento che ha reso Piazza Capodichino famosa nella storia nazionale arrivò l'8 dicembre 1856. In quel periodo il vicino Campo di Marte, oggi completamente occupato dall'aeroporto di Capodichino, era utilizzato per le grandi esercitazioni militari del Regno delle Due Sicilie. Ferdinando II si trovava proprio qui per passare in rassegna le truppe nel giorno della festa dell'Immacolata Concezione quando il soldato Agesilao Milano, appartenente all'esercito borbonico, uscì improvvisamente dai ranghi tentando di assassinare il sovrano.
Secondo le ricostruzioni storiche, il primo tentativo fallì perché il fucile non sparò. Milano non desistette e si lanciò direttamente contro il re armato di baionetta, riuscendo a ferirlo al petto. Ferdinando II sopravvisse all'attentato e l'episodio ebbe un'enorme risonanza politica in tutto il Regno delle Due Sicilie. L'attentatore venne arrestato immediatamente, processato in tempi rapidissimi e impiccato in Piazza Mercato pochi giorni dopo, il 13 dicembre 1856.
Il sovrano attribuì la propria salvezza anche alla protezione della Madonna Immacolata e decise di far costruire, proprio accanto alla piazza, la Chiesa dell'Immacolata Concezione, ancora oggi visibile nella parte settentrionale di Piazza Giuseppe Di Vittorio. La chiesa rappresenta uno dei simboli più importanti della memoria storica del luogo e continua ad essere un punto di riferimento religioso per numerosi fedeli della zona.
Nel corso del Novecento Piazza Capodichino cambiò progressivamente funzione. Con la scomparsa delle dogane interne e la crescita urbana della città, il suo ruolo commerciale lasciò spazio a quello di grande nodo della mobilità. Il traffico automobilistico aumentò costantemente, soprattutto dopo la costruzione e lo sviluppo dell'aeroporto di Capodichino, trasformando la piazza nel principale punto di accesso per chi raggiunge Napoli da nord.
Fu proprio nel Novecento che la piazza assunse anche l'attuale denominazione di Piazza Giuseppe Di Vittorio, dedicata a uno dei più importanti sindacalisti italiani. Nato a Cerignola da una famiglia di braccianti, Giuseppe Di Vittorio fu protagonista delle lotte per i diritti dei lavoratori, partecipò alla guerra civile spagnola a fianco dei repubblicani, contribuì ai lavori dell'Assemblea Costituente e guidò la CGIL diventando uno dei principali protagonisti della storia sindacale italiana. Sebbene il nome ufficiale sia cambiato ormai da molti decenni, la maggior parte dei cittadini continua ancora oggi a identificare questo luogo con la storica denominazione di Piazza Capodichino.
Negli anni Ottanta un'altra trasformazione modificò profondamente il volto della piazza: la realizzazione del viadotto dell'Asse Perimetrale di Melito. Per molti anni l'opera rimase incompleta a causa della presenza di un edificio situato lungo Calata Capodichino che impediva il collegamento tra i due tronconi del viadotto. Solo nel 2008, dopo l'esproprio e la demolizione dell'immobile, fu possibile completare definitivamente l'infrastruttura, aperta al traffico nel 2011. Sotto il ponte sono stati successivamente realizzati spazi pubblici dedicati ai bambini, un'area fitness all'aperto e numerose opere artistiche create dagli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Napoli, contribuendo alla riqualificazione di una parte della piazza.
Negli ultimi anni Piazza Di Vittorio è tornata al centro dell'attenzione grazie alla realizzazione della nuova stazione Di Vittorio della Linea 1 della Metropolitana di Napoli, destinata a rivoluzionare la mobilità dell'intera area nord cittadina. La nuova fermata consentirà collegamenti più rapidi con il centro storico, con l'aeroporto, con Secondigliano, San Pietro a Patierno e con numerosi comuni dell'hinterland, rappresentando uno degli interventi infrastrutturali più importanti degli ultimi decenni.
Oltre alla sua funzione di nodo stradale e infrastrutturale, la piazza conserva anche una forte identità culturale. Ogni anno viene infatti organizzata una rievocazione storica in costume dedicata all'attentato del 1856 contro Ferdinando II, iniziativa che permette di mantenere viva la memoria di uno degli episodi più significativi della storia del Regno delle Due Sicilie e di valorizzare un patrimonio spesso poco conosciuto anche dagli stessi napoletani.
Passeggiando oggi tra gli obelischi, l'antica barriera daziaria, la chiesa dell'Immacolata e il continuo via vai di automobili, autobus e viaggiatori diretti all'aeroporto, è difficile immaginare che proprio qui si sia scritta una parte importante della storia di Napoli. Eppure ogni edificio, ogni monumento e ogni dettaglio architettonico raccontano un passato fatto di commerci, trasformazioni urbanistiche, vicende politiche e grandi eventi che hanno segnato il destino della città.
Piazza Giuseppe Di Vittorio continua così a rappresentare molto più di un semplice incrocio stradale. È il punto in cui si incontrano la storia borbonica, la memoria dell'antica dogana, il ricordo dell'attentato a Ferdinando II, l'evoluzione della mobilità cittadina, lo sviluppo dell'aeroporto di Capodichino e i grandi progetti infrastrutturali del futuro. Un luogo che continua ad accogliere chi entra a Napoli da nord e che, dopo oltre due secoli, conserva intatto il proprio ruolo di autentica porta della città, simbolo di un territorio che ha saputo attraversare epoche diverse senza perdere il legame con la propria storia.
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