A Scampia, tra i palazzoni del Lotto G, si è consumata una delle vicende più inquietanti e anomale degli ultimi anni, un caso che ha superato persino il confine delle storie di sopraffazione criminale già note sul territorio e che ha portato una famiglia a perdere la propria casa per quasi un anno, costretta a vivere nascosta, terrorizzata e senza la forza di denunciare. Una storia che la vittima ha raccontato con voce rotta davanti alle telecamere della trasmissione “Lo Stato delle Cose”, restituendo al grande pubblico il peso reale di ciò che accade quando la camorra decide di entrare nella vita quotidiana di persone comuni, sottraendo ogni spazio di libertà.
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| Foto Teleclubitalia |
Il racconto del capofamiglia, oggi tornato finalmente nella sua abitazione, si apre con un episodio che segna l’inizio di un incubo. Tutto parte da una segnalazione del figlio, che gli comunica di essere stato seguito da alcuni uomini riconducibili al clan della zona. Nel tentativo di evitare conseguenze peggiori, l’uomo decide di affrontare direttamente le persone che stavano creando intimidazioni. Si ritrova davanti al boss, un incontro che ricorda con lucidità e con parole che lui stesso definisce impossibili da dimenticare. “Portami le chiavi di casa. O portavo le chiavi e me ne andavo con i miei piedi, o me ne andavo con l’ambulanza se mi andava bene”, ha dichiarato. Con questa minaccia, diretta e brutale, il clan si appropria dell’appartamento della famiglia, trasformando un’abitazione onesta in un bene confiscato de facto, come se appartenesse alla criminalità e non alle persone che l’avevano costruita giorno dopo giorno.
Per quasi un anno, gli uomini e le donne legati al clan Cifariello-Cancello – secondo la ricostruzione della DDA di Napoli – hanno vissuto all’interno di quella casa, utilizzandola come fosse la loro. Non solo l’hanno occupata, ma hanno iniziato a registrare video, a pubblicare contenuti su TikTok e sui social, esibendo spazi, stanze e oggetti non loro, come se fosse una normalità distorta, una forma di ostentazione criminale che negli ultimi tempi ha trovato terreno fertile nella spettacolarizzazione del malaffare sui social network. I video non sono semplici dettagli: sono parte integrante della violenza, una prova dell’arroganza e dell’impunità con cui il clan occupava l’appartamento.
Nel racconto dell’uomo emergono dettagli che tracciano un quadro di terrore quotidiano. La moglie sarebbe stata picchiata. La figlia, secondo quanto riferito, si è sentita dire frasi gravissime, tra cui: “Ti devo mettere incinta”, un’espressione che racchiude un livello di brutalità che supera il concetto di minaccia e si avvicina a una forma di dominio totale sul corpo e sulla vita delle vittime. La famiglia, completamente soggiogata dalla paura, decide di non denunciare immediatamente, temendo ritorsioni e la possibilità concreta che qualcuno potesse fare loro del male.
La situazione precipita ulteriormente il 21 settembre 2024, quando la donna e la figlia minorenne rientrano nel quartiere per capire cosa fosse successo alla loro casa. Una volta entrate nell’appartamento, scoprono che dentro si trovano più persone, tra cui – secondo gli atti – la compagna del ras Maurizio Cancello. Gli occupanti, come se nulla fosse, indossavano perfino i loro abiti, un gesto simbolicamente devastante, capace di cancellare ogni distanza tra il possesso illegale e l’appropriazione totale della vita familiare.
Ne nasce un violento diverbio, durante il quale mamma e figlia realizzano di non avere alcuna possibilità di recuperare la loro casa senza conseguenze pesanti. Costrette a uscire, vengono poi – secondo le indagini – aggredite e rapinate dagli stessi occupanti abusivi che avevano trasformato il loro appartamento in un luogo da cui la famiglia era stata fisicamente e psicologicamente espulsa.
Per mesi, la famiglia trova rifugio presso una parente nella vicina Miano, vivendo nell’ombra, senza stabilità, senza i propri oggetti, senza il proprio spazio, senza alcuna certezza per il futuro. La comunità di Scampia, abituata purtroppo a fenomeni di criminalità radicata, non aveva mai assistito – come dichiarato dalla stessa vittima – a un episodio così invasivo e sistematico: «Mai successo una cosa del genere a Scampia», ha detto l’uomo durante l’intervista televisiva.
Il clan aveva persino installato telecamere all’interno dell’abitazione, secondo quanto riferito, per controllare chi entrava e chi usciva, trasformando l’appartamento in una sorta di mini-covo privato. Un livello di controllo che ricorda più un regime di occupazione militare che una semplice intimidazione.
La svolta arriva solo il 25 marzo, quando – grazie all’intervento della magistratura e all’azione dei Carabinieri – la famiglia riesce finalmente a rientrare nella propria abitazione. Un momento vissuto come una liberazione, ma che porta con sé il peso di mesi di violenze, angoscia e privazioni.
L’intera vicenda si inserisce in un contesto criminale complesso, dove il clan Cifariello-Cancello continua a rappresentare una realtà radicata nel territorio di Scampia, con dinamiche interne e rapporti di forza che spesso sfuggono al controllo dei cittadini e delle istituzioni locali. La DDA segue da tempo le attività del gruppo e questo episodio rappresenta uno degli elementi più evidenti di come il potere criminale possa invadere la vita privata delle persone fino a espropriarle del bene più basico: la casa.
Il ritorno della famiglia nella propria abitazione è solo il primo passo di un percorso lungo, fatto di indagini, possibili imputazioni e soprattutto di ricostruzione personale. Dopo mesi di sopraffazioni, quello che resta è la ferita di ciò che è accaduto e la necessità, oggi più che mai, che Scampia riceva segnali chiari: nessuno deve più subire ciò che questa famiglia ha vissuto.

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