Ventuno anni fa, il 24 gennaio 2005, Napoli veniva colpita da una ferita profonda che ancora oggi non si è rimarginata. A Miano, la camorra uccideva Attilio Romanò, 29 anni, incensurato, lavoratore onesto, vittima innocente di una delle stagioni più sanguinose della storia criminale napoletana: la faida di Scampia tra il clan Di Lauro e il gruppo degli scissionisti. Un omicidio che non aveva nulla a che vedere con la vita di Attilio, ma che lo travolse in modo brutale e definitivo, trasformandolo in uno dei simboli più dolorosi della violenza cieca della criminalità organizzata.
Quel pomeriggio di gennaio, Attilio Romanò si trovava all’interno del negozio di telefonia e informatica in via Napoli, a Miano. Era il luogo in cui lavorava, un’attività costruita con sacrificio, passione e sogni condivisi. Attilio non era solo un commesso, ma anche socio dell’esercizio commerciale, impegnato a costruirsi un futuro dignitoso nel quartiere in cui era nato e cresciuto. All’improvviso, due killer armati fecero irruzione nel negozio e aprirono il fuoco senza esitazione. I colpi raggiunsero Attilio alle spalle del bancone, uccidendolo praticamente sul colpo. Non ebbe scampo, non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa stesse accadendo.
L’agguato, come emerse immediatamente dalle indagini, non era destinato a lui. Il vero obiettivo dei sicari era Salvatore Luise, co-gestore del negozio e nipote di Rosario Pariante, boss emergente del gruppo degli scissionisti. I killer, appartenenti alla fazione avversaria dei Di Lauro, non riconobbero il bersaglio e spararono contro la prima persona che trovarono dietro il bancone. Un errore fatale, uno scambio di persona che costò la vita a un ragazzo completamente estraneo a qualsiasi dinamica criminale. Attilio Romanò non aveva legami con la camorra, non frequentava ambienti malavitosi, non era coinvolto in traffici illeciti. Era semplicemente un giovane che stava lavorando.
L’omicidio di Attilio Romanò si inserì nel contesto delle cosiddette “vendette trasversali”, una strategia brutale adottata durante la guerra di camorra che in quegli anni insanguinava Scampia, Miano e le periferie nord di Napoli. Una faida feroce, combattuta a colpi di pistola e kalashnikov, che lasciò sul terreno decine di morti, non solo tra i clan rivali ma anche tra persone innocenti, colpite per errore o per semplici contiguità apparenti. Attilio divenne uno dei nomi più tragici di quella lunga lista, un simbolo di come la violenza mafiosa non faccia distinzioni e possa spezzare vite senza alcuna logica.
Le indagini sull’omicidio, inizialmente complesse, vennero riaperte grazie alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia che contribuirono a ricostruire il contesto e le responsabilità. Nel giugno dell’anno successivo furono emesse ordinanze di custodia cautelare nei confronti degli esecutori e dei mandanti del delitto. Mario Buono venne indicato come l’esecutore materiale, mentre i fratelli Cosimo e Marco Di Lauro furono ritenuti mandanti dell’omicidio, in quanto vertici della fazione che ordinò l’agguato. Il percorso giudiziario fu lungo e articolato, segnato da diversi gradi di giudizio e impugnazioni, ma alla fine arrivò una sentenza chiara. La Terza Corte d’Assise di Napoli condannò all’ergastolo Mario Buono e Marco Di Lauro, mentre Cosimo Di Lauro fu assolto per insufficienza di prove. Le condanne furono confermate in appello e ribadite anche dalla Corte di Cassazione, mettendo un punto fermo sulla verità giudiziaria di uno degli omicidi simbolo di quella stagione di sangue.
Dietro i fascicoli processuali, però, resta soprattutto la storia umana di Attilio Romanò. Chi lo conosceva lo descrive come un ragazzo solare, educato, pieno di vita e di entusiasmo. Era appassionato di informatica e tecnologia, aveva trasformato quella passione in un lavoro, costruendo passo dopo passo il suo progetto di vita. Si era sposato da pochi mesi, stava vivendo un momento di grande realizzazione personale e guardava al futuro con speranza. Tutto questo gli fu strappato in pochi secondi, per una violenza che non gli apparteneva e che non aveva scelto.
La sua morte scosse profondamente Miano e l’intera città di Napoli. Nel tempo, Attilio Romanò è diventato un riferimento morale e civile, un nome che rappresenta tutte le vittime innocenti della camorra. La sua memoria è stata raccolta soprattutto dal mondo della scuola e dell’associazionismo. A lui è stato intitolato l’istituto superiore di Miano, l’ISIS Attilio Romanò, un luogo che ogni giorno lavora sull’educazione alla legalità, sulla memoria e sulla responsabilità civile. Il suo nome continua a vivere tra i banchi di scuola, parlando alle nuove generazioni di ciò che è stato e di ciò che non deve più accadere.
Ricorre oggi l’anniversario della sua uccisione, un momento che non è solo commemorazione, ma anche riflessione collettiva. A Miano si è tenuta una celebrazione presso la Parrocchia Maria Santissima dell’Arco, un’occasione di raccoglimento per ricordare Attilio e tutte le vittime innocenti della violenza camorristica. Nei prossimi giorni, il 29 gennaio alle ore 9:30, un ulteriore appuntamento è previsto proprio all’ISIS Romanò, con il coinvolgimento della comunità scolastica, degli studenti e dei docenti, per ribadire il valore della memoria come strumento di coscienza e impegno civile.
Ventuno anni dopo, il nome di Attilio Romanò continua a interrogare Napoli e il suo territorio. La sua storia racconta il volto più crudele della camorra, quello che colpisce senza motivo, distrugge sogni e spezza vite innocenti. Ricordarlo significa non voltarsi dall’altra parte, significa affermare che quelle morti non sono state inutili e che la memoria può e deve diventare una responsabilità collettiva. A Miano, come a Secondigliano, Scampia e in tutta l’area nord di Napoli, il ricordo di Attilio Romanò resta una ferita aperta, ma anche un monito: la legalità, la giustizia e la dignità delle persone devono essere sempre più forti della violenza e dell’omertà.
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