Emergono dettagli clamorosi e per certi versi paradossali dall’inchiesta che ha portato al maxi blitz antidroga a Secondigliano, culminato con 11 misure cautelari eseguite all’alba del 17 marzo. Dopo aver raccontato nel dettaglio l’operazione che ha smantellato la storica piazza di spaccio “111” nel Rione Berlingieri, come approfondito anche nel nostro precedente articolo, emergono ora nuovi particolari investigativi che restituiscono un quadro ancora più inquietante e complesso.
Secondo quanto riportato da Fanpage.it, durante le indagini gli investigatori si sono trovati di fronte a una situazione quasi surreale: i poliziotti pedinavano gli spacciatori, ma allo stesso tempo gli spacciatori cercavano di pedinare i poliziotti. Un vero e proprio gioco di specchi, una guerra silenziosa fatta di osservazione, controllo e controcontrollo, che dimostra il livello di organizzazione e attenzione raggiunto dal gruppo criminale attivo nel quartiere.
L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e condotta dagli agenti del commissariato di Secondigliano, guidato dal vicequestore Tommaso Pintauro, ha portato alla luce un sistema strutturato e radicato, capace non solo di gestire un fiorente traffico di cocaina ma anche di mettere in atto strategie sofisticate per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine.
Il gruppo criminale, ritenuto una propaggine del Clan Licciardi e collegato anche al Clan Vanella Grassi, avrebbe costruito negli anni una vera e propria rete di “controvigilanza”. Gli spacciatori monitoravano costantemente il territorio, osservando movimenti sospetti e cercando di individuare eventuali attività investigative. Ma non solo: secondo quanto emerso, alcuni membri dell’organizzazione arrivavano addirittura a seguire gli agenti, tentando di capire se fossero sotto osservazione e cercando di anticipare eventuali blitz.
Un sistema apparentemente efficace, che per anni ha consentito alla piazza di spaccio di continuare a operare indisturbata, consolidando il proprio potere nel Rione Berlingieri. Tuttavia, questo meccanismo aveva una falla fondamentale: gli indagati non sapevano di essere intercettati. Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno infatti permesso agli investigatori di ricostruire non solo le attività di spaccio, ma anche le strategie difensive messe in atto dal gruppo.
È proprio grazie a questo lavoro capillare, durato oltre un anno – dal marzo 2022 al maggio 2023 – che gli inquirenti sono riusciti a disarticolare l’intera organizzazione, documentandone la struttura, i ruoli e le modalità operative. Al vertice sarebbe stato individuato Luigi Carella, figura di riferimento legata al clan Licciardi, mentre la gestione operativa della piazza di spaccio sarebbe stata affidata ad Antonio Bruno, ritenuto il responsabile diretto della cosiddetta piazza “111”.
Proprio “Tonino 111” avrebbe messo in campo una serie di strategie per attirare clienti e mantenere il controllo del mercato della droga, tra cui l’applicazione di prezzi concorrenziali rispetto ad altre piazze di spaccio. Un elemento che, unito all’organizzazione capillare e alla presenza costante sul territorio, avrebbe contribuito a rendere la piazza particolarmente attiva e redditizia.
I numeri emersi dall’inchiesta parlano chiaro: si stima che il giro d’affari legato allo spaccio di cocaina raggiungesse circa 280mila euro all’anno. Una cifra enorme, che non solo garantiva profitti agli spacciatori ma alimentava le casse dei clan, finanziando ulteriori attività illecite e assicurando il sostentamento delle famiglie degli affiliati, compresi quelli detenuti.
Il sistema di vendita era strutturato su due livelli distinti. Da un lato la vendita stanziale, con incontri diretti tra pusher e clienti nella piazza di spaccio; dall’altro un sistema più moderno basato su prenotazioni telefoniche, che consentiva la consegna della droga in modalità itinerante. Un modello ibrido che dimostra come le organizzazioni criminali siano in grado di adattarsi rapidamente, combinando metodi tradizionali e nuove tecnologie.
Un altro aspetto particolarmente inquietante riguarda l’utilizzo degli spazi pubblici. Le indagini hanno infatti accertato che i giardini di via Monte Faito erano stati trasformati in veri e propri depositi di droga. Qui venivano nascosti quantitativi significativi di cocaina, sia in pacchi che in dosi singole, pronti per essere distribuiti. Una situazione che ha avuto conseguenze pesantissime per i residenti, privati di uno spazio pubblico e costretti a convivere con un rischio costante, soprattutto per i più piccoli.
Il pericolo per i bambini era concreto: bastava poco perché un minore potesse imbattersi in una dose di droga abbandonata o nascosta tra le aree verdi, con conseguenze potenzialmente drammatiche. Un elemento che rende ancora più grave il quadro emerso dall’inchiesta e che sottolinea l’impatto sociale devastante di queste attività illecite.
Le indagini hanno inoltre documentato episodi di violenza interna all’organizzazione, a conferma del clima di intimidazione e controllo che caratterizza questi contesti. In un caso, uno spacciatore è stato prelevato dalla propria abitazione e picchiato perché non aveva pagato nei tempi stabiliti una partita di droga ricevuta. Un messaggio chiaro a tutti gli altri membri del gruppo: le regole vanno rispettate, e chi sbaglia paga.
Nonostante il sistema di controvigilanza e le strategie messe in campo, l’organizzazione non è riuscita a sfuggire all’azione degli investigatori. Il lavoro silenzioso e costante delle forze dell’ordine ha permesso di smantellare una piazza di spaccio attiva da oltre trent’anni, considerata una delle più longeve e radicate del territorio.
Il blitz del 17 marzo rappresenta quindi un punto di svolta per il Rione Berlingieri e per l’intero quartiere di Secondigliano. Non solo per il numero di arresti, ma soprattutto per il valore simbolico dell’operazione: la fine della piazza “111” segna la chiusura di un capitolo lungo decenni, durante i quali la criminalità aveva di fatto imposto il proprio controllo su una parte significativa del territorio.
Resta ora la sfida più importante: impedire che quel vuoto venga colmato da nuove organizzazioni. La storia insegna che, in contesti complessi come quello di Secondigliano, il rischio di una riorganizzazione è sempre presente. Per questo sarà fondamentale mantenere alta l’attenzione e continuare con attività di controllo e prevenzione.
Il retroscena della “guerra di pedinamenti” tra polizia e spacciatori racconta molto più di un semplice episodio investigativo. Racconta di un territorio conteso, di equilibri sottili e di una criminalità sempre più attenta e organizzata. Ma racconta anche dell’efficacia di un lavoro investigativo che, nonostante le difficoltà, è riuscito a colpire al cuore un sistema che sembrava intoccabile.
Secondigliano oggi si ritrova davanti a una nuova possibilità. Dopo anni segnati dalla presenza di una delle piazze di spaccio più longeve della città, l’auspicio è che questo intervento possa rappresentare l’inizio di un cambiamento concreto, restituendo sicurezza, spazi e dignità a un quartiere che da troppo tempo convive con il peso della criminalità.
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