Il Rione Berlingieri torna nuovamente al centro della cronaca con un episodio che segna un’ulteriore escalation di violenza in una zona che, negli ultimi mesi, sta vivendo una tensione crescente e ormai difficilmente ignorabile. Erano circa le 22.30 della serata di ieri, 24 marzo, quando ignoti hanno tentato di incendiare la serranda dell’ufficio di un imprenditore edile impegnato attivamente nell’Associazione Antiracket di Secondigliano. Un atto mirato, preciso, diretto esattamente all’ingresso della sua attività, come se l’obiettivo non fosse tanto provocare danni materiali, quanto piuttosto inviare un messaggio: un avvertimento chiaro e inquietante rivolto a chi, in questi anni, ha scelto di mettersi dalla parte della legalità denunciando pressioni, richieste estorsive e tentativi di prevaricazione. Il fuoco, per fortuna, non ha avuto il tempo di propagarsi ai locali interni e questo ha contribuito a evitare conseguenze ben più gravi, ma resta la consapevolezza che un gesto del genere rappresenta una precisa intenzione intimidatoria.
A lanciare l’allarme sono stati alcuni residenti della zona che, vedendo le fiamme divampare sulla serranda, hanno chiamato immediatamente i vigili del fuoco. I pompieri sono arrivati in pochi minuti, spegnendo l’incendio prima che potesse trasformarsi in un rogo devastante. Contestualmente sono intervenuti sul posto anche i carabinieri, che hanno delimitato l’area e avviato i rilievi per ricostruire la dinamica di quanto accaduto, raccogliendo testimonianze e cercando eventuali indizi utili alle indagini. Il quartiere, ormai da tempo, sembra vivere una stagione di instabilità costante, fatta di rapine fulminee, accoltellamenti improvvisi, risse tra giovanissimi e continue tensioni che si trascinano fino a tarda sera. E questo episodio arriva solo come l’ennesimo tassello di un mosaico criminale che, nel Rione Berlingieri, si sta ricomponendo con inquietante frequenza.
Soltanto poche settimane fa, proprio nella stessa area, la polizia aveva smantellato una piazza di spaccio attiva da trent’anni, frequentata – secondo le informazioni trapelate dalle indagini – anche da soggetti legati al mondo dello spettacolo, a conferma del fatto che il quartiere rappresenta da decenni un crocevia di attività illegali, clientele trasversali e presenze che vanno ben oltre i confini locali. Il tentativo di incendio di ieri sera si inserisce perfettamente in questo quadro, lasciando ipotizzare con sempre maggiore insistenza la pista dell’intimidazione mafiosa, soprattutto considerando che il bersaglio non era un semplice imprenditore, ma un volto noto dell’Associazione Antiracket di Secondigliano.
Secondo quanto emerso, l’organizzazione antiracket dedicata alla memoria del poliziotto Nicola Barbato era stata inaugurata esattamente un anno fa, e nel quartiere rappresenta un presidio fondamentale contro la pressione della criminalità organizzata. Nicola Barbato, figura simbolo della lotta alle estorsioni, era stato ferito gravemente il 25 settembre 2015 mentre tentava di sventare una richiesta estorsiva a Fuorigrotta. Quel giorno, travestito da dipendente di un negozio di giocattoli che aveva trovato il coraggio di denunciare, salì in auto con un altro agente, ma dal sedile posteriore un estorsore aprì il fuoco colpendolo alla nuca. Barbato sopravvisse, ma rimase segnato per sempre da quell’agguato feroce.
La sua storia aveva colpito l’intero Paese. Fu promosso per meriti straordinari, insignito nel 2016 della Medaglia d’Oro al Valor Civile e, nel 2022, nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Aveva affrontato anni complicati a causa delle conseguenze permanenti delle ferite, conseguenze che lo portarono alla morte nel marzo scorso, all’età di 61 anni, a causa di complicazioni legate a una grave polmonite. Che proprio l’associazione che porta il suo nome, nata per sostenere chi trova il coraggio di opporsi al sistema estorsivo, debba oggi fare i conti con un attentato incendiario contro uno dei suoi membri, rende questo episodio ancora più grave e simbolico.
Il clima che si respira nel Rione Berlingieri, alla luce di quanto avvenuto, è quello di un quartiere stanco, esasperato da un susseguirsi di episodi che sembrano voler segnare un ritorno a un passato che la comunità sperava di essersi lasciata alle spalle. Non si tratta più di eventi isolati, ma di una serie che ricompare con cadenza quasi settimanale, mettendo in allarme i residenti che da tempo chiedono maggiori controlli, una presenza più incisiva delle forze dell’ordine, un’azione mirata contro le piazze di spaccio e un impegno più costante contro le nuove leve della microcriminalità. Questo tentativo di incendio si aggiunge a un elenco già lungo: aggressioni, furti, regolamenti di conti minori e tensioni tra gruppi di giovani che spesso si muovono come bande organizzate. E mentre le forze dell’ordine stanno lavorando per identificare gli autori del gesto, resta la sensazione diffusa che questo quartiere sia diventato un terreno dove ogni messaggio criminale può essere lanciato senza troppi timori.
L’episodio è destinato a far discutere ancora a lungo, non solo per la sua gravità, ma per ciò che rappresenta: un chiaro attacco all’imprenditoria onesta, alla società civile e a chi decide di rifiutare la logica della paura. Un gesto che sembra voler ribadire che la presenza dell’antiracket dà fastidio, che l’idea di un quartiere libero dalle estorsioni e dal controllo criminale non è ben vista da coloro che su quel controllo basano i propri affari. Il messaggio è stato lanciato e ora tocca alle istituzioni dimostrare che non resterà senza risposta. L’attenzione è massima, i residenti chiedono protezione e chi ha scelto di stare dalla parte della legalità attende un segnale forte dello Stato. In un quartiere dove tutto sembra sempre sul punto di esplodere, il tentativo di incendio della scorsa notte è l’ennesima prova che a Secondigliano e nelle sue aree limitrofe la battaglia per la legalità è tutt’altro che finita.
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