Una brutta sorpresa per gli abitanti del rione Gescal tra Secondigliano e Miano, dove da anni campeggia uno dei murale più rappresentativi dedicati a Emanuele Palumbo, il “Manuè” di casa per tutti i residenti e diventato celebre in Italia e nel mondo come Geolier. Quella parete che per il quartiere non era solo un’opera d’arte ma un simbolo di riscatto, identità e appartenenza, è stata deturpata da mani ignote che hanno sfregiato il volto dell’artista con vernice nera. La scoperta ha scatenato subito incredulità e rabbia, perché quel murale era diventato negli anni un punto di riferimento emotivo e culturale, un luogo che raccontava una storia di successo nata tra le palazzine popolari e arrivata ai palchi più importanti d’Italia, una dimostrazione concreta per tanti giovani che un altro futuro è possibile. L’indignazione è esplosa nel giro di pochi minuti, trasformandosi in una mobilitazione spontanea e compatta di un intero quartiere che si è sentito colpito personalmente da un gesto percepito come un affronto collettivo e un attacco diretto alla propria dignità.
Il rione Gescal, che ha visto crescere Manuè e che da sempre lo considera uno dei suoi figli più illustri, ha reagito immediatamente. Decine di persone hanno deciso di esporsi in prima persona e di lanciare un messaggio potente attraverso un video diventato virale sui social. A rompere il silenzio è un bambino, che guarda dritto nella telecamera e pronuncia parole che hanno toccato il cuore di tutta la comunità: “Vedete questo sfregio che avete fatto a questa persona, non lo avete fatto a una persona in particolare, ma lo avete fatto pure a me.” Da quel momento, quel “pure a me” diventa una sorta di coro collettivo, una frase che rimbalza da un volto all’altro, da una bocca all’altra, ripetuta da centinaia di abitanti, fino alla scena finale in cui un gruppo si riunisce proprio sotto il murale sfregiato dichiarando: “Perché questa non è solo una faccia. Questa è la faccia del rione.” È in questa frase la chiave di tutto: la consapevolezza che quel dipinto rappresenta l’identità stessa di un’intera comunità, e che colpirlo significa colpire ognuno di loro.
Il gesto vile, compiuto probabilmente nel silenzio della notte o nell’indifferenza di pochi secondi, ha ferito molto più di un’opera murale. Ha ferito un simbolo sociale, una storia condivisa, un senso profondo di appartenenza che quel volto dipinto aveva contribuito a costruire. Il murale di Geolier non era solo uno dei tanti dipinti che arricchiscono le periferie urbane; era diventato un riferimento emotivo e culturale, un messaggio di riscatto che tanti giovani del quartiere avevano fatto proprio. Per questo, l’immagine sfregiata è stata percepita come un tentativo di spegnere quell’orgoglio emergente, di cancellare un simbolo che aveva un peso ben più grande della semplice rappresentazione visiva dell’artista. Gli investigatori stanno analizzando i segni lasciati sulla parete per capire se si tratti di un atto di semplice vandalismo o di un gesto mirato, con un movente ancora da chiarire, mentre la rabbia dei residenti cresce e si mescola a un forte desiderio di verità.
Le reazioni non si sono limitate alle persone che compaiono nel video. Nel rione Gescal si respira un clima di profonda amarezza ma anche di determinazione. Molti abitanti raccontano che quel murale era diventato negli anni un punto d’incontro, un luogo in cui scattare foto, un simbolo di orgoglio, un modo per dire al mondo che da Secondigliano può nascere talento, arte, musica e speranza. Vederlo imbrattato è stato per tanti come rivivere ferite antiche, quelle di un quartiere che per decenni è stato raccontato solo attraverso cronaca nera, problemi sociali, marginalità. Quel volto dipinto era l’occasione per mostrare un’altra immagine, un’altra narrazione, un’altra possibilità. E invece, proprio per la sua importanza, è stato colpito con violenza.
Le forze dell’ordine sono arrivate sul posto per effettuare i rilievi, acquisire immagini delle telecamere presenti nella zona e raccogliere testimonianze utili a individuare i responsabili. Nel frattempo, associazioni, artisti di strada e gruppi locali hanno già annunciato la volontà di ripristinare l’opera, trasformando lo sfregio in un gesto di reazione civile. Non si tratta solo di ridipingere un muro, ma di riaffermare un valore collettivo, di mostrare che un quartiere può rialzarsi insieme quando viene colpito in ciò che sente suo. Se l’intento era quello di cancellare un simbolo, la risposta sembra andare nella direzione opposta: rafforzarlo, difenderlo, renderlo ancora più centrale nella memoria del territorio.
Geolier, negli ultimi anni, è diventato una delle figure più rappresentative della musica italiana contemporanea, un artista che è riuscito a portare la voce delle periferie napoletane su palchi nazionali e internazionali. Per molti ragazzi del rione Gescal, rappresenta un modello alternativo ai percorsi di illegalità che spesso attirano chi vive ai margini. Il suo successo non è solo musicale, ma sociale. Per questo il murale aveva un valore che andava oltre l’estetica: era un punto di riferimento pedagogico, un invito a credere in possibilità diverse, un simbolo di riscatto che nessuno voleva vedere deturpato.
Ora l’immagine segnata da vernice e graffi racconta un’altra verità, quella della fragilità dei simboli nelle periferie, dove basta un gesto di inciviltà per mettere in discussione anni di orgoglio costruito lentamente. Eppure, nelle parole degli abitanti, si percepisce chiaramente che questo sfregio non li ha piegati, anzi ha rafforzato il loro senso di comunità. Parlano di dignità, di rispetto, di necessità di non lasciare impunito il gesto. Soprattutto parlano di un legame con Geolier che va oltre la musica e che affonda le radici nel senso di appartenenza a un territorio che, nonostante tutto, continua a voler raccontare la propria storia con orgoglio e con voce propria.
Nel rione Gescal, tra le palazzine che hanno visto nascere Emanuele Palumbo, l’aria è carica di tensione ma anche di determinazione. La comunità si prepara a reagire, pronta a ridare colore a ciò che qualcuno ha provato a spegnere, pronta a ricostruire un simbolo che non appartiene solo a un artista ma a un intero quartiere. Perché un murale, quando è così profondamente sentito, non è solo pittura su un muro: è memoria, identità e orgoglio collettivo. E chi lo sfregia deve sapere che non si cancella un simbolo così facilmente.

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