La scena che si è presentata davanti ai tecnici dell’Acer e agli agenti della Polizia e della Municipale, quando hanno fatto irruzione nella villa abusiva nel rione San Francesco a Capodichino, è quella che si vede nei film, non nelle periferie popolari del capoluogo campano. Una vera e propria reggia del malaffare, costruita senza alcun permesso edilizio e rimasta per anni simbolo del potere della camorra locale, nascosta dietro un’apparente normalità esterna ma concepita dentro come un bunker di lusso. Un luogo in cui sfarzo, kitsch e ostentazione criminale convivevano in un’unica struttura di oltre 550 metri quadrati, una villa a corte costruita come se fosse un fortino privato, con un unico obiettivo: mostrare potere e inviolabilità.
Dietro quelle pareti, oggi ridotte a macerie dalle ruspe, c’era di tutto. Una sauna privata come in un centro benessere di lusso, una cucina industriale degna di un ristorante, una sala pizzeria completa di forno, un grande box collegato direttamente all’interno della casa per permettere entrate e uscite senza essere visti, numerose casseforti, passaggi nascosti, ambienti blindati e una cantina con oltre mille bottiglie di vino pregiato. In mezzo a quadri enormi, arredi pesanti, lampadari vistosi e oggetti di valore, spuntava persino un diploma affisso con orgoglio: “Boss migliore al mondo”. Una sorta di altarino al proprio ego criminale, un trofeo personale destinato a impressionare chi entrava, sempre che superasse il messaggio volgare e intimidatorio posto all’ingresso: “Quando entrate salutate, quando uscite fatevi i cazzi vostri”.
Gli stessi tecnici, intervistati dall’ANSA, hanno dichiarato di non aver mai visto nulla di simile in un immobile popolare occupato abusivamente da famiglie legate a clan camorristici. E questa villa, come confermato dal sottotenente Vincenzo Pagano dell’Unità Operativa Tutela Edilizia e Patrimonio della Municipale, apparteneva alla famiglia Botta, storicamente riconducibile al cartello Licciardi-Contini-Mallardo dell’Alleanza di Secondigliano, e coinvolta di recente nell’inchiesta che ha smascherato pesanti condizionamenti criminali nella gestione dell’ospedale San Giovanni Bosco.
La villa è stata abbattuta oggi grazie a un intervento complesso, frutto di mesi di lavoro congiunto tra Acer Campania, Prefettura, Questura, Ministero dell’Interno, Regione Campania, Comune di Napoli e Procura della Repubblica. Un percorso lungo, fatto di verifiche, riunioni, autorizzazioni e misure di sicurezza, necessario per arrivare all’esecuzione dell’ordine di demolizione. Un atto che non è stato soltanto tecnico, ma profondamente politico e simbolico, come ha spiegato il presidente di Acer Campania David Lebro: “È un’azione istituzionale concreta e condivisa. Le istituzioni, collaborando, dimostrano di essere in grado di riaffermare legalità e presidio del territorio”.
E lo stesso prefetto di Napoli, Michele di Bari, presente all’abbattimento insieme agli assessori Claudia Pecoraro e Laura Lieto, ha sottolineato il valore di ciò che è accaduto questa mattina: “Questo è un pezzo di città che viene restituito ai cittadini. Non è solo un gesto simbolico, è un atto di sostanza. La filiera istituzionale ha funzionato e oggi si scrive una pagina importante per Napoli”.
La demolizione della villa del boss Botta rappresenta infatti l’ultimo tassello di un ampio programma di rigenerazione urbana che sta trasformando il rione San Francesco. Attorno all’ex villino abusivo, negli ultimi anni Acer ha avviato lavori su 12 fabbricati: tre demoliti e ricostruiti completamente, sei ristrutturati, per un totale di 288 alloggi popolari assegnati ad altrettante famiglie. E al posto della villa sorgerà un’area comune con spazi verdi e un parco giochi, un gesto di restituzione e rinascita in un contesto che per anni è stato schiacciato dall’ombra del potere criminale.
Quando le ruspe hanno iniziato a colpire le pareti della villa, una dopo l’altra, ciò che cadeva non erano soltanto mattoni e cemento, ma un simbolo di dominio che per anni ha soffocato il territorio. Il grande box dove venivano nascoste le auto di lusso, la sala pizzeria per banchetti privati, le casseforti, le bottiglie di vino da collezione, i certificati di orologi di grande valore trovati tra le macerie, tutto è crollato. Con esso anche l’arroganza di un potere che si era costruito una fortezza personale in mezzo alle case popolari.
Quella villa, oggi polverizzata, racconta una storia precisa: come la camorra abbia sempre cercato di occupare spazi fisici e simbolici, costruendo castelli abusivi dentro quartieri già fragili. E racconta anche la risposta, finalmente concreta, delle istituzioni che hanno deciso di non lasciare più zone d’ombra. Non è la fine della guerra, ma è una vittoria. E in una città ferita come Napoli, ogni spazio strappato alla criminalità e restituito ai cittadini è un passo in avanti verso un futuro diverso.
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