Trent’anni dopo, Secondigliano si ferma. Si ferma per ricordare una ferita che non si è mai davvero rimarginata, una tragedia che ha cambiato per sempre il volto del Quadrivio e la memoria collettiva dell’area nord di Napoli. Era il 23 gennaio 1996 quando, alle ore 16:23, un boato squarciò il cuore del quartiere, trasformando una normale giornata in uno dei drammi più gravi e dolorosi della storia recente della città. Oggi, a distanza di tre decenni, il ricordo delle undici vittime non è solo commemorazione, ma un dovere morale e civile verso chi ha perso la vita e verso un territorio che ancora porta addosso i segni di quella devastazione.
La tragedia del Quadrivio di Secondigliano non fu un evento improvviso e inspiegabile, ma l’esito drammatico di una serie di fattori legati ai lavori di realizzazione di una galleria sotterranea. Alle 16:23 del 23 gennaio 1996 si verificò il crollo della volta della galleria in costruzione sotto il Quadrivio. Il cedimento trascinò con sé tutto ciò che si trovava al di sopra: asfalto, strutture, sottoservizi. Le condotte del gas vennero tranciate di netto, provocando una violentissima esplosione che aprì una voragine di circa trenta metri, inghiottendo automobili, edifici e persone. In pochi istanti, il Quadrivio si trasformò in un inferno di fuoco, fumo e macerie.
La prima pagina de Il Mattino del giorno successivo raccontò inizialmente di quattro vittime. Un numero che, con il passare delle ore, salì drammaticamente fino a undici. Undici vite spezzate, undici storie interrotte, undici famiglie segnate per sempre. L’emergenza divenne subito una delle pagine più nere della storia di Secondigliano e dell’intera Napoli. L’incendio che si sviluppò nella zona rese impossibile l’arrivo immediato dei soccorsi, che riuscirono a domare le fiamme soltanto dopo otto ore, intorno all’una di notte del 24 gennaio. Solo all’alba fu possibile iniziare a scavare tra le macerie, nella speranza di trovare qualcuno ancora vivo. Una speranza che, purtroppo, si spense definitivamente con il passare delle ore.
La voragine, di dimensioni impressionanti, aveva inghiottito il piazzale e distrutto tutto ciò che incontrava sul suo cammino. I soccorritori lavorarono a lungo in condizioni estreme, ma sotto le macerie bruciate non venne trovato nessun superstite. I corpi recuperati furono dieci. Uno, quello di Stefania Bellone, non è mai stato ritrovato, rendendo ancora più doloroso il bilancio finale di quella tragedia.
Le vittime furono undici: sei operai impegnati nei lavori, due persone che si trovavano a bordo delle proprie automobili e tre residenti nell’edificio crollato. I loro nomi sono scolpiti nella memoria di Secondigliano e rappresentano un elenco che non deve mai essere dimenticato: Michele Sparaco, Alfonso Scala, Mario De Girolamo, Giuseppe Petrellese, Gennaro De Luca, Emilia Laudati, Francesco Russo, Pasquale Silvestro, Ciro Vastarella, Serena De Santis e Stefania Bellone. Due operai riuscirono miracolosamente a salvarsi, uscendo dal tunnel pochi istanti prima dell’esplosione. Per tutti gli altri, non ci fu scampo.
Dopo la tragedia, ci vollero anni per ricostruire l’intero Quadrivio e per ripristinare i palazzi danneggiati. La realizzazione del tunnel, invece, si fermò definitivamente. I lavori non ripresero mai più e, ancora oggi, quella galleria incompiuta resta il simbolo di una ferita aperta, di un progetto interrotto e di una comunità che ha pagato un prezzo altissimo. La magistratura accertò le dinamiche dell’accaduto e il processo si concluse nel giugno 2003 con la condanna di tre imputati, ritenuti responsabili della realizzazione della galleria. Le pene inflitte furono di un anno e cinque mesi di reclusione, con sospensione condizionale, e una multa di un milione e ottocentomila lire. Una sentenza che, per molti, non è mai riuscita a colmare il senso di giustizia mancata.
Ricordare oggi, a trent’anni di distanza, significa non voltarsi dall’altra parte. Significa custodire la memoria delle vite spezzate, del dolore delle famiglie, dello shock collettivo che investì Secondigliano e tutta Napoli. La memoria non è un esercizio sterile, ma uno strumento fondamentale per comprendere il passato e immaginare un futuro diverso, più sicuro, più giusto, più attento alla vita delle persone.
Per questo motivo, la giornata del 23 gennaio assume un valore profondo e condiviso. Alle ore 16:23, momento esatto dello scoppio, le campane della Parrocchia della Resurrezione suoneranno in segno di raccoglimento e memoria. Un suono che attraverserà il quartiere come un filo invisibile tra passato e presente, richiamando tutti al silenzio e al rispetto. Alle ore 18:30, presso la Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, sarà celebrata una Santa Messa in suffragio delle vittime, presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli, monsignor Francesco Beneduce. Un momento di preghiera e di silenzio condiviso, aperto a tutta la comunità.
Il Quadrivio di Secondigliano, trent’anni dopo, non è solo un luogo fisico. È un simbolo. È la rappresentazione di una tragedia che ha segnato un’intera generazione e che continua a parlare alle nuove. È il punto in cui la memoria diventa responsabilità collettiva. Perché ricordare non significa restare fermi al passato, ma fare in modo che quanto accaduto non si ripeta mai più.
La memoria delle undici vittime del Quadrivio è un dovere che appartiene a tutti. È un atto di rispetto verso chi non c’è più e verso un quartiere che, nonostante tutto, continua a vivere, a resistere e a chiedere futuro. Trent’anni dopo, Secondigliano non dimentica. E non deve dimenticare.

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