Un talento cristallino per il disegno, una passione coltivata con sacrificio, un open day vissuto con gli occhi pieni di sogni. Poi, all’improvviso, la comunicazione che cambia tutto: “posti esauriti”. È la storia di A., quattordicenne residente a Scampia, che aveva scelto con convinzione il Liceo Artistico “Kant” di Melito di Napoli per trasformare il suo talento in un percorso di studio strutturato. Quello che doveva essere l’inizio di un cammino di riscatto si è trasformato in una doccia fredda che oggi riaccende il dibattito sull’inclusione scolastica nell’area metropolitana di Napoli.
Tutto inizia il 12 dicembre scorso, quando A., accompagnato dalla madre e dalla zia, partecipa all’open day dell’istituto. Visita i laboratori, osserva le riproduzioni di Van Gogh esposte nei corridoi, ascolta con attenzione le spiegazioni dei docenti. Per un ragazzo con disturbo dello spettro autistico, ogni ambiente nuovo può rappresentare una sfida, ma quel giorno prevale l’entusiasmo. La madre chiede informazioni dettagliate sul sostegno, sull’inclusione, sull’organizzazione didattica. Le risposte ricevute vengono considerate rassicuranti. La residenza fuori comune, viene spiegato, non sarebbe stata un ostacolo insormontabile. Si compila la pre-iscrizione, carica di speranza.
Nei mesi successivi, secondo quanto riferito dalla famiglia, la scuola richiede con urgenza la documentazione relativa alla Legge 104 e il Piano Educativo Individualizzato (PEI). La documentazione viene consegnata nei tempi previsti. Nulla lascia presagire un’esclusione. Anzi, sempre stando al racconto dei familiari, un docente avrebbe rassicurato via WhatsApp la madre: “Ci faremo sentire noi prima dell’inizio delle lezioni”. Parole che alimentano la convinzione che il percorso sia ormai avviato.
La mattina del 2 marzo, però, arriva la comunicazione che cambia lo scenario. Per A. non c’è posto. Nella classe risultano già presenti tre studenti con disabilità e, in base ai criteri organizzativi adottati dall’istituto e alla disponibilità dei posti, non sarebbe possibile accogliere un’ulteriore iscrizione. A incidere sarebbe anche la priorità riconosciuta agli studenti residenti nei comuni di riferimento, in particolare Melito e Mugnano. Il talento del ragazzo, la sua inclinazione specifica per l’indirizzo artistico, le rassicurazioni precedenti passano in secondo piano rispetto ai limiti numerici e ai confini geografici.
Il momento di maggiore tensione si consuma negli uffici della presidenza. La famiglia chiede chiarimenti, esprime disappunto, manifesta preoccupazione per il futuro del ragazzo. In assenza della dirigente, lo staff dell’istituto prospetta una soluzione alternativa: orientarsi verso un altro indirizzo dello stesso istituto, come lo scientifico, dove vi sarebbero ancora posti disponibili. Una proposta che la madre definisce umiliante. “Non è che perché un ragazzo è autistico una scuola vale l’altra”, afferma con fermezza. “Ogni persona ha un talento. Mio figlio ha scelto l’Artistico; portarlo altrove significherebbe condannarlo alla frustrazione”.
La gestione del cosiddetto “reindirizzamento” viene vissuta come un ulteriore colpo. Alla famiglia sarebbe stato consegnato un semplice post-it con l’elenco di altre scuole, molte delle quali distanti e difficili da raggiungere quotidianamente per un ragazzo con fragilità specifiche. Il primo tentativo, al Liceo Caselli a Capodimonte, si conclude con un altro esito negativo: anche lì posti esauriti.
Accanto alla madre c’è la zia, Monica Riccio, da anni impegnata nell’associazionismo a Scampia per la tutela delle persone più fragili. La vicenda, sottolinea, non riguarda solo un singolo caso, ma un problema più ampio che coinvolge l’organizzazione delle iscrizioni, la distribuzione dei posti disponibili e il diritto allo studio degli studenti con disabilità. Negli ultimi anni, nell’area metropolitana di Napoli, sempre più famiglie si troverebbero a fare i conti con tetti numerici per classe, carenza di insegnanti di sostegno e criteri amministrativi che, di fatto, limitano la possibilità di scelta.
La questione è delicata e complessa. Da un lato vi sono parametri organizzativi, limiti strutturali, necessità di garantire un equilibrio nella composizione delle classi. Dall’altro lato c’è il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione, e il principio di inclusione che dovrebbe guidare ogni istituzione scolastica. Il nodo non riguarda soltanto un istituto specifico, ma l’intero sistema scolastico metropolitano: distribuzione dei posti, assegnazione delle risorse, pianificazione territoriale.
In attesa di una soluzione definitiva, la famiglia ha inviato una PEC all’assessore competente, chiedendo un intervento tempestivo affinché il percorso di A. non venga sacrificato sull’altare dei regolamenti interni. Nella lettera, la madre richiama anche l’eredità culturale di don Milani e quella “Lettera a una professoressa” che denunciava una scuola capace di escludere invece che includere. Un richiamo che oggi risuona con forza in un contesto dove le iscrizioni si intrecciano con graduatorie, criteri territoriali e disponibilità limitate.
La storia di A. riporta al centro una domanda fondamentale: quanto il sistema scolastico campano riesce davvero a coniugare organizzazione amministrativa e bisogni educativi personalizzati? In un territorio complesso come quello dell’area nord di Napoli, segnato da fragilità sociali ma anche da enormi potenzialità, ogni scelta educativa assume un valore ancora più significativo.
Mentre il futuro di A. resta sospeso tra ricorsi, richieste e nuove ricerche di istituti disponibili, resta l’interrogativo sollevato dalla famiglia: probabilmente in questi giorni situazioni simili potrebbero riguardare altri ragazzi e ragazze con disabilità, alle prese con iscrizioni e disponibilità limitate. Un tema che chiama in causa istituzioni, dirigenti, uffici scolastici e decisori politici. Perché dietro ogni numero, ogni tetto massimo per classe, ogni criterio territoriale, c’è una storia personale, un talento, un sogno che chiede solo di essere messo nelle condizioni di crescere.
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