A sette anni da quel mattino che sconvolse Melito e l’intera area a nord di Napoli, il nome di Norina Matuozzo torna a riempire i cuori e i pensieri di chi non ha mai smesso di amarla. Non è un anniversario come gli altri, perché certe date non si segnano solo sul calendario, ma restano incise nella carne viva di una famiglia. A ricordarla, con parole che trafiggono l’anima, sono state la madre e la figlia Adele, affidando ai social messaggi che hanno commosso un’intera comunità.
«Norina figlia cara, oggi 7 anni che un essere infame ti ha uccisa. La vita ti è stata rubata. E io tua madre, non ho bisogno di una data oppure di applausi, o di grandi paroloni per riempirmi gli occhi di te. In questa data, in questo giorno ti ricordo, per rispetto alla tua memoria, per chi ti ama e per chi ti ha avuta nel cuore. Il pensiero come ogni giorno è sempre con te. Sei sempre nel mio cuore e nei miei pensieri, sempre. Con amore tua mamma, anzi come mi chiamavi tu mammj». Parole semplici, senza retorica, che raccontano un dolore quotidiano che non conosce tregua, un amore che non si spegne e una ferita che il tempo non riesce a rimarginare.
Accanto al messaggio della mamma, c’è quello della figlia Adele, diventato virale per la sua intensità e profondità. «Hanno scritto il tuo nome accanto a una parola: femminicidio. Io lo scrivo accanto a un’altra che nessun titolo potrà mai contenere: MAMMA. E dentro questa parola c’è tutto quello che c’era prima, tutto ciò che sei stata. E finché dirò “mamma”, sarai tutto ciò che mi hai dato». Adele racconta il vuoto lasciato da quell’omicidio, un vuoto che da fuori può sembrare invisibile, ma che dentro continua a urlare. «Da fuori sembro intera, ma non sanno che sto ancora raccogliendo i pezzi di una vita distrutta. Nessuno sa cosa vuol dire svegliarsi e ritrovarsi, all’improvviso, lì. Con quella scena da brividi davanti agli occhi». Sono parole che restituiscono la dimensione umana di una tragedia spesso racchiusa in fredde cronache giudiziarie.
Il 7 anni fa, poco dopo le 11 del mattino, Norina, 33 anni, madre di due figli, venne uccisa all’interno di un appartamento al quinto piano di un complesso di edilizia popolare in via Papa Giovanni XXIII a Melito. A sparare fu il marito, Salvatore Tamburrino, 41 anni, affiliato al clan Di Lauro. Secondo quanto ricostruito all’epoca dagli inquirenti e riportato dagli organi di stampa, l’omicidio maturò al termine dell’ennesima lite. L’uomo non aveva accettato la volontà della moglie di separarsi e quella mattina si era recato nell’abitazione dove Norina si era trasferita dopo la fine della relazione, vivendo con i genitori e con i due figli, uno dei quali nato proprio dal matrimonio con Tamburrino.
Secondo le ricostruzioni, l’uomo avrebbe chiesto di parlare in privato con la moglie, forse minacciando anche il suicidio. In quella stanza, lontano dagli sguardi degli altri familiari, esplose la violenza: tre colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata, senza lasciare scampo. I vicini, allarmati dagli spari e dalle urla, contattarono immediatamente i carabinieri della locale tenenza e della Compagnia di Marano. Tamburrino si diede inizialmente alla fuga, ma poche ore dopo, attraverso il suo legale, l’avvocato Domenico Smarrazzo, decise di costituirsi presso la squadra mobile della questura di Napoli. Durante l’interrogatorio avrebbe ammesso le proprie responsabilità ed è stato accusato di omicidio volontario e porto e detenzione di arma illegale.
La morte di Norina scosse profondamente Melito e l’intero hinterland napoletano. In quelle ore il territorio era attraversato da tensioni legate alla criminalità organizzata, ma la notizia di una giovane madre uccisa dal marito per non aver accettato la fine di una relazione colpì in modo ancora più devastante l’opinione pubblica. «Era una bravissima ragazza, stava cercando di ricostruirsi una vita», raccontavano amici e conoscenti. Una famiglia descritta da tutti come perbene, travolta da una tragedia che nessuno avrebbe potuto immaginare.
Oggi, sette anni dopo, il nome di Norina non è soltanto associato a una parola come “femminicidio”. È il nome di una madre, di una figlia, di una donna che aveva scelto di riprendersi la propria libertà. Il messaggio di Adele lo sottolinea con forza: dietro ogni titolo di giornale c’è una storia fatta di abbracci, di risate, di gesti quotidiani che nessuna sentenza potrà mai restituire. «Sono sette anni che ti dedico ogni singolo giorno della mia vita, ogni respiro, come se volessi darlo a te. Ti amo più di me stessa. Mi manchi». È la voce di una figlia che continua a vivere con quella scena negli occhi, che ha smesso di chiedersi il perché perché «alcune domande non hanno una giustizia abbastanza grande per contenerle».
L’anniversario non è soltanto un momento di ricordo privato, ma diventa occasione per riflettere ancora una volta sulla violenza contro le donne, sulle dinamiche di possesso e controllo che troppo spesso sfociano in tragedia quando una donna decide di dire basta. A Melito, in via Papa Giovanni XXIII, quella mattina resta una cicatrice nella memoria collettiva. Ogni anno, ogni 7 marzo, quella ferita torna a sanguinare, ma torna anche la volontà di non dimenticare.
Il dolore della mamma che si firma “mammj” e quello della figlia che scrive “MAMMA” in maiuscolo sono il simbolo di un amore che supera la morte e il tempo. Norina Matuozzo non è solo una vittima di femminicidio: è un nome che continua a vivere nei ricordi, nelle parole e nella lotta silenziosa di chi, da sette anni, prova a ricomporre i pezzi di una vita spezzata troppo presto. Melito non dimentica. E finché qualcuno continuerà a pronunciare il suo nome con amore, Norina continuerà a essere presente, nel cuore di chi le ha voluto bene e nella coscienza di una comunità che non vuole più assistere in silenzio a tragedie simili.
Posta un commento
0Commenti