Dopo trent’anni di abbandono, silenzi, veleni sotterrati e paure mai sopite, ad Arzano sono finalmente iniziate le operazioni di bonifica della cosiddetta “galleria della morte”, la gigantesca discarica abusiva nascosta sotto la rotonda al confine con Secondigliano. Una vicenda che per anni ha rappresentato una delle ferite ambientali più gravi dell’area nord di Napoli e che oggi torna al centro dell’attenzione pubblica grazie all’avvio concreto degli interventi di rimozione dei rifiuti.
Operai, ruspe e mezzi specializzati sono entrati in azione già dalle prime ore del mattino, anticipati dall’arrivo del generale dei Carabinieri Giuseppe Vadalà, commissario straordinario per le bonifiche delle discariche abusive, accompagnato dalla sua task force di tecnici ed esperti ambientali. Sul posto anche la commissaria prefettizia del Comune di Arzano Stefania Rodà, il referente prefettizio per la Terra dei Fuochi Ciro Silvestro e il comandante della polizia locale Luigi Maiello.
La scena che si è presentata davanti agli occhi degli operatori è impressionante: una distesa infinita di rifiuti industriali, materiali tossici, amianto, pneumatici, frigoriferi, batterie, vernici, diluenti, pezzi di motocicli e automobili, accumulati per decenni all’interno della galleria e nelle aree circostanti. Una vera e propria montagna sotterranea di veleni che, secondo le stime, potrebbe superare abbondantemente le mille tonnellate.
La vicenda della maxi discarica underground nasce ufficialmente nel 2019, quando il giornalista Giuseppe Bianco portò alla luce quello che fino ad allora era rimasto praticamente invisibile. Armato soltanto di telefono cellulare e sostenuto dalle segnalazioni dei cittadini, il cronista scese letteralmente “all’inferno”, documentando con foto e video l’esistenza della gigantesca bomba ecologica nascosta sotto la rotonda di Arzano.
Una discesa lunga circa 150 metri e profonda oltre trenta conduceva a uno scenario apocalittico: rifiuti accatastati con estrema precisione dagli ecocriminali, sistemati in modo tale da risultare quasi invisibili dall’esterno. Un’organizzazione meticolosa che, secondo molti osservatori, dimostrerebbe l’esistenza di un sistema strutturato e redditizio di smaltimento illecito.
Le immagini diffuse all’epoca fecero rapidamente il giro del territorio, portando al sequestro dell’area e all’intervento delle autorità. Tuttavia, nonostante gli allarmi lanciati già anni fa, la situazione sarebbe rimasta sostanzialmente immutata fino ad oggi. Secondo quanto emerso nel tempo, la stessa ARPAC aveva certificato nero su bianco il rischio concreto di incendi ed esplosioni dovuti alla presenza di enormi quantità di materiali altamente infiammabili.
Il pericolo era enorme. Un eventuale rogo avrebbe potuto provocare il crollo della volta della galleria, sulla cui sommità transitano quotidianamente migliaia di veicoli. Proprio sopra quel tunnel poggiano infatti parte della rotonda di Arzano e alcuni piloni della sopraelevata SP1. Ma non era soltanto il rischio crolli a preoccupare. Gli esperti hanno più volte sottolineato il potenziale inquinamento del sottosuolo e delle falde acquifere provocato dalla presenza di rifiuti industriali e materiali tossici accumulati per decenni senza alcun controllo.
La galleria, oggi diventata simbolo di degrado ambientale e abbandono istituzionale, avrebbe dovuto rappresentare tutt’altro. Era infatti parte di un progetto infrastrutturale nato negli anni Novanta per collegare i comuni a nord di Napoli alla metropolitana di Piscinola. I lavori però si fermarono tragicamente il 23 gennaio 1996, quando una devastante esplosione dovuta a una fuga di gas provocò il crollo del cosiddetto quadrivio di Secondigliano. Una tragedia immensa che costò la vita a undici persone, tra cui cinque operai impegnati nei lavori.
L’esplosione fu talmente potente da creare un cratere largo circa quaranta metri. Una delle pagine più drammatiche della storia recente dell’area nord napoletana, rimasta impressa nella memoria collettiva di intere generazioni. Tra le vittime vi furono gli operai Michele Sparaco, Alfonso Scala, Mario De Girolamo, Giuseppe Petrellese e Gennaro De Luca. Morirono anche Pasquale Silvestro, Francesco Russo, Emilia Laudati, Ciro Vastarella, Stefania Bellone e la piccola Serena De Santis, appena undicenne.
Dopo quella tragedia, il tunnel venne abbandonato. E proprio quell’enorme spazio dimenticato si trasformò lentamente in uno dei più grandi sversatoi illegali dell’area nord di Napoli, nel cuore di quella che di lì a poco sarebbe stata tristemente conosciuta come Terra dei Fuochi. Negli anni, nonostante sequestri, segnalazioni e denunce, i rifiuti hanno continuato ad accumularsi. Secondo quanto ricostruito, lo sversamento sarebbe proseguito quasi indisturbato anche dopo gli allarmi lanciati da giornalisti, cittadini e forze dell’ordine.
Un elemento particolarmente inquietante riguarda le intimidazioni subite dal giornalista Giuseppe Bianco. Secondo quanto emerso, il cronista avrebbe ricevuto una raccomandata contenente riferimenti espliciti ad alcuni fatti affrontati nelle sue inchieste. Su questo episodio stanno indagando i Carabinieri di Arzano coordinati dal comando provinciale di Napoli.
La nuova fase avviata in questi giorni punta ora a cancellare definitivamente una delle più gravi emergenze ambientali del territorio. I lavori sono iniziati con il disboscamento dell’area superficiale, ormai completamente invasa da vegetazione selvaggia, rovi, acacie e pioppi cresciuti sopra decenni di rifiuti. Successivamente si passerà alla rimozione dei materiali presenti all’esterno e infine alla bonifica interna della galleria. Un’operazione complessa che richiederà tempo, mezzi specializzati e la suddivisione dei diversi materiali da smaltire nelle discariche autorizzate.
Il generale Giuseppe Vadalà ha spiegato che le operazioni dureranno almeno un mese, sottolineando però come il lavoro complessivo di bonifica nei territori tra Napoli e Caserta richiederà ancora anni. Secondo i dati forniti durante il sopralluogo, sarebbero già state rimosse circa 3.800 tonnellate di rifiuti da 83 siti censiti tra le due province. Di questi, trentaquattro sarebbero stati già ripuliti e riqualificati.
Il comandante della polizia locale Luigi Maiello ha inoltre lanciato una proposta suggestiva per il futuro della galleria: trasformarla in un centro di addestramento per la protezione civile, rendendola finalmente accessibile e utile alla comunità. Intanto, la Procura dovrà fare luce anche sulle eventuali omissioni e responsabilità legate alla mancata bonifica degli anni passati. Secondo quanto emerso, nel provvedimento di dissequestro dell’area del marzo 2024 sarebbe stato previsto l’obbligo di risanamento ambientale del sito.
Per i cittadini dell’area nord di Napoli, l’avvio delle bonifiche rappresenta oggi molto più di un semplice intervento tecnico. È il simbolo di una battaglia lunga anni contro degrado, ecomafie e abbandono istituzionale. Una ferita ancora aperta che, forse per la prima volta dopo trent’anni, sembra finalmente avvicinarsi a una possibile svolta.
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